Cosa vuol dire studiare infermieristica pediatrica?

Cosa vuol dire studiare infermieristica pediatrica?

Forse, se non vi siete mai posti questa domanda, è probabile che non abbiate mai sentito parlare dell’esistenza di questo corso di laurea, oppure che vi immaginiate un mondo fatto solo di pannolini sporchi da cambiare e bambini urlanti.

 

All’inizio del corso di laurea, della durata di 3 anni, vi troverete forse un po’ spaesati e demoralizzati: il primo semestre che vi verrà servito sarà un piatto freddo a base di materie propedeutiche, come anatomia e scienze di base (biologia, fisica e chimica). Le cose cambiano però dal secondo semestre, durante il quale affronterete lo studio dei fondamenti dell’assistenza infermieristica in ambito neonatologico e pediatrico. Questi esami vi daranno le basi per entrare finalmente in ospedale: qui sarete affiancati da un assistente di tirocinio, che vi prenderà per mano (e metaforicamente a schiaffi, talvolta) durante tutto il periodo in cui rimarrete nei vari reparti a cui verrete assegnati. 

Il livello di complessità assistenziale varia, ovviamente, col proseguire del percorso di studi ed ogni anno cambierà quindi la lista di abilità che sarete tenuti a padroneggiare. 

Solitamente questo corso di laurea, presente solo in alcuni atenei d’Italia, ha poca disponibilità di posti e, se da un lato vi sembrerà magari di essere rimasti al liceo, dall’altro avrete la possibilità di essere seguiti al meglio da professori e tutor, senza mai essere lasciati soli nel mare di procedure e nozioni da apprendere.

 

Ovviamente dipende dai singoli atenei, ma sappiate che molto probabilmente vi ritroverete a dover preparare e dare esami in concomitanza con il periodo di tirocinio: questo vi fa capire come delle buoni doti organizzative siano condizione necessaria e sufficiente (il test di ingresso non ti lascia mai veramente, sigh) per riuscire ad arrivare fino in fondo al percorso di studi.

 

Al termine dei 3 anni di università sarete in possesso di una laurea abilitante, che vi permetterà di lavorare fin da subito, rimanendo in ambito ospedaliero , ambulatoriale o esplorando altre realtà, come quella del libero professionista che lavora a domicilio o in comunità.

Un’altra strada, invece, che molti infermieri intraprendono, è quella che permette di acquisire un’ulteriore specializzazione tramite un master di primo livello o una laurea magistrale. 

 

Mentre scrivo queste righe ho appena iniziato il secondo periodo di tirocinio, quel periodo dell’anno che, posso assicurarvi, ogni studente di professioni sanitarie sogna e un po’ teme dal momento in cui mette piede in università. E, sì, ho cambiato molti pannolini, fatto prelievi e ascoltato le grida dei neonati alle 5 di mattina, ma posso assicurarvi che dietro all’immagine stereotipata dell’infermiere, mero esecutore di compiti materiali, c’è molto di più.

Ogni volta che indosso la divisa da studente, di una taglia sempre decisamente troppo grande, mi viene in mente una frase di Virginia Henderson, una delle più importanti teoriche dell’assistenza infermieristica, che mi ha recitato un’infermiera al termine di un turno particolarmente impegnativo in pediatria: “L’infermiere è la temporanea coscienza dell’incosciente, l’amore della vita per il suicida, la gamba dell’amputato, gli occhi di chi è appena diventato cieco, la paura del movimento per il neonato e la voce per chi è troppo debole per parlare.” 

Ricordo di aver pensato che fossero parole altisonanti, che non rispecchiassero la vita reale, fatta di lunghe ore passate in piedi e turni in cui il livello di attenzione deve sempre essere al 110%. Col passare del tempo però, osservando i piccoli pazienti e i loro genitori mi sto rendendo conto di quanto siano vere e di come riassumano perfettamente ciò che la professione infermieristica dovrebbe essere: gesti, parole e azioni concrete guidate dall’empatia. Ed è soprattutto questa che va allenata, giorno dopo giorno. Col tempo, piano piano, tutti impareremo a prendere una vena al primo colpo, a diluire ad occhi chiusi una terapia e a ricordarci a memoria nomi di farmaci e patologie mai sentite prima. La capacità, invece, di metterci nei panni dell’altro senza farci travolgere e sopraffare, è senz’altro una delle competenze più difficili da padroneggiare ma anche quella, secondo me, senza cui la professione che un giorno svolgerete perderebbe gran parte della sua bellezza e della sua complessità.

 

Vi aspettano tanti caffè, tanti chilometri da percorrere per i corridoi e le scale dell’ospedale e tante, tantissime vite che si incroceranno con le vostre.

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